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Costruire atlete, non solo allenarle

Costruire atlete, non solo allenarle

Eccoci, noi e la nostra voglia di approfondire 🙂

 

è stato un anno di grande cambiamento in Myb, grandi ampliamenti e piccole rivoluzioni, tra queste, l’arrivo delle giovanili e squadre senior del Planet Volley, una vera bomba 🙂

 

Abbiamo quidni chiesto a Thomas Favaretto Strength & Conditioning Coach di MYb, che quest’anno ha seguito le giovanili del Planet Volley di portarci nel suo lavoro quotidiano , raccontandoci la vision che lo distingue: metodo, cura per le persone e una visione che va oltre la singola seduta di allenamento.

 

Gli abbiamo fatto qualche domanda per capire cosa ha significato questo anno di lavoro.

 


 
Qual era l’obiettivo principale del vostro lavoro quest’anno? Qual è la differenza tra “allenare una squadra” e “costruire delle atlete”?

«Il nostro obiettivo principale quest’anno non era semplicemente lavorare sulla performance, ma costruire delle atlete.

Per noi questo significava lavorare su tanti aspetti diversi: dalla qualità del movimento, alla conoscenza degli esercizi, fino allo sviluppo dell’autonomia in palestra e alla comprensione del perché facciamo determinate cose.

Volevamo che le ragazze non eseguissero soltanto un programma, ma che iniziassero a capire il percorso che stavano facendo e a condividerne gli obiettivi.

 

Accanto agli aspetti fisici, abbiamo dato molta importanza anche alla componente umana ed emotiva: costruire un rapporto di fiducia, creare un ambiente positivo e aiutare ogni ragazza a valorizzare i propri progressi personali, senza vivere tutto solo attraverso il risultato finale.

 

Per me questa è la differenza tra “allenare una squadra” e “costruire delle atlete”: allenare una squadra significa prepararsi per la prossima partita; costruire atlete significa lasciare competenze, consapevolezza e abitudini che possano restare nel tempo.

 

E poi c’è un aspetto fondamentale: divertirsi.

 

Perché lo sport è anche questo. Divertirsi non significa fare le cose superficialmente, anzi. Un’atleta che si diverte in quello che fa sicuramente darà il 100%.»

 

“Si chiama gioco perché, prima di tutto, deve essere divertente.”
— Julio Velasco

 


 

 
Quanto è importante, a questa età, insegnare prima di tutto a conoscere e controllare il proprio corpo?

«A questa età è fondamentale, perché nella pallavolo c’è una grande eterogeneità fisica tra le atlete, e questo diventa ancora più evidente quando si lavora con ragazze in pieno sviluppo, che nel giro di una stagione possono crescere anche di 10–15 cm.

 

In questa fase non basta “fare esercizi”: bisogna insegnare a muoversi bene, a controllare il corpo e a costruire schemi motori adeguati alla propria fisicità.

 

Per noi è stato importante anche adattare il lavoro alle caratteristiche di ciascuna ragazza, sia dal punto di vista antropometrico sia da quello emotivo e fisiologico.

In questa fascia d’età le ragazze stanno diventando donne: il corpo cambia rapidamente, cambiano le percezioni, le energie e anche le sensazioni durante il lavoro.

 

Per questo abbiamo cercato di costruire una comunicazione chiara e libera, facendo capire che non è un problema abbassare il carico, semplificare un esercizio o fare un passo indietro quando serve.

 

Fa parte del percorso, ed è importante che imparino ad ascoltare il proprio corpo senza viverlo come un limite o una debolezza.

 

L’obiettivo, alla fine, non è solo avere atlete più forti, ma ragazze più consapevoli, più competenti nel proprio corpo e più tranquille nel modo in cui affrontano il lavoro.»

 


 
 
 
Quali movimenti o esercizi avete ritenuto fondamentali da insegnare?

 

«Abbiamo ritenuto fondamentali quei movimenti e quei pattern motori che rappresentano la base di quasi tutto il lavoro successivo: squat, hinge/deadlift, spinte, tirate e core stability.

 

Però, nella pallavolo, un aspetto centrale è stato sicuramente il lavoro sugli atterraggi, sulla decelerazione e sui cambi di direzione.

 

La landing technique è un elemento fondamentale in questo sport, perché una buona capacità di atterrare in modo controllato dopo un salto significa non solo essere più efficienti, ma anche ridurre il rischio di sovraccarichi e infortuni, soprattutto a livello di ginocchia e caviglie.

 

Per questo abbiamo lavorato molto sulla qualità del gesto, sulla consapevolezza del corpo nello spazio e sulla capacità di assorbire correttamente le forze.

 

L’idea di fondo era semplice: prima costruire basi solide, poi eventualmente aumentare complessità, velocità e carico.

In questa fascia d’età la tecnica viene prima della quantità.»

 


 
Come si insegna la prevenzione a ragazze così giovani?

«Insegnare la prevenzione a ragazze così giovani non è semplice, perché non si tratta solo di spiegare degli esercizi, ma di costruire una cultura del prendersi cura di sé.

 

Per me il primo passo è proprio questo: take care.

 

Come allenatori dobbiamo dimostrare di avere davvero cura di loro, ascoltarle, osservare come stanno e far capire che ogni scelta di lavoro nasce da un motivo preciso.

 

Quando le ragazze capiscono il perché di quello che fanno, diventano molto più disponibili anche a inserirlo nella routine.

 

Un altro aspetto importante è aiutarle a interiorizzare buone abitudini:

  • il valore del recupero, del riposo,
  • del riscaldamento fatto bene,
  • e di piccoli gesti quotidiani che nel tempo fanno davvero la differenza.

Anche le routine da fare a casa o prima dell’allenamento servono a questo: non come obbligo, ma come parte del percorso.

 

E poi c’è anche un tema di responsabilità. Bisogna metterle davanti a una scelta consapevole: se vogliono giocare a lungo, mantenere un buon livello e cercare di arrivare sempre più in alto, allora ci sono alcune abitudini e attenzioni che devono diventare parte della quotidianità.

 

Imparare a prendersi cura del proprio corpo è parte integrante della crescita sportiva e personale.»

 


 

 
Come avete monitorato la crescita delle atlete durante la stagione? E avete visto cambiamenti anche nella loro mentalità?

 

«La crescita delle atlete l’abbiamo monitorata in modo continuo durante tutta la stagione, sia attraverso strumenti oggettivi sia attraverso l’osservazione quotidiana del loro approccio al lavoro.

 

Dal punto di vista della valutazione, abbiamo monitorato mensilmente i salti tramite le pedane di forza, osservando un miglioramento progressivo sia dell’altezza di salto sia della potenza espressa, due indicatori molto importanti del percorso di crescita in preparazione atletica.

 

Anche le schede di lavoro individuali ci hanno aiutato a seguire da vicino l’evoluzione di ciascuna ragazza, con i carichi, le progressioni e la qualità del lavoro svolto.

Ma la crescita più interessante non è stata solo numerica.

 

Col tempo abbiamo visto cambiare anche il loro atteggiamento: arrivavano sempre più spesso in anticipo, anche 20–30 minuti prima della seduta, e non era raro vederle fermarsi anche dopo l’allenamento.

Si organizzavano da sole con foam roll e mobilità mentre, ovviamente, nel frattempo spettegolavano tra di loro 😄

 

Mi raccontavano i progressi in campo, mi aggiornavano sui piccoli lavori che facevano a casa e anche su tutto il resto: scuola, hobby, giornate storte, giornate belle…

 

Sono ragazze molto determinate e spesso cercano di spingere sempre un po’ più in là i propri limiti.

A volte mi fanno vedere video delle atlete dell’Imoco chiedendomi: “Ma questo esercizio un giorno potremo farlo anche noi?” oppure “Possiamo provarci anche noi?”.

E credo che quella curiosità e quella voglia di migliorarsi siano una delle cose più belle da vedere in un gruppo giovane.»

“Questo, per me, è stato uno dei segnali più belli: Move Your Body è diventato un posto in cui stanno bene, dove hanno voglia di venire, allenarsi e migliorarsi insieme.”


 
Se dovessi riassumere il percorso di quest’anno in una frase, quale sarebbe?

 

«Più che una frase, direi una parola: radici.

 

Perché nello sport giovanile, prima ancora dei risultati, credo sia fondamentale costruire basi solide su cui le atlete possano crescere nel tempo.

 

In questo percorso abbiamo lavorato sulla forza, sul movimento, sulla prevenzione e sulla performance, ma soprattutto abbiamo cercato di creare fiducia, consapevolezza e autonomia.

 

Per me allenare non significa semplicemente dire a qualcuno cosa fare.

 

Significa accompagnare un atleta nel percorso, aiutarlo a scoprire il proprio potenziale e creare un ambiente in cui possa sentirsi libero di mettersi alla prova.

 

Se quest’anno siamo riusciti a lasciare curiosità, fiducia e voglia di migliorarsi, allora abbiamo costruito qualcosa che va oltre una stagione sportiva. Perché, alla fine, il coaching è proprio questo: lasciare nelle persone qualcosa che si porteranno dietro anche quando usciranno dalla palestra.»

 


 

Alla fine della stagione, in cosa queste ragazze sono diventate più atlete?

«Credo che, alla fine della stagione, siano diventate soprattutto più allenabili.

 

Non intendo solo dal punto di vista fisico, anche se sono sicuramente più forti, più coordinate e più preparate ad affrontare carichi di lavoro futuri.

Penso siano diventate più allenabili perché oggi comprendono meglio il perché di ciò che fanno, ascoltano di più il proprio corpo e partecipano in modo più attivo al loro percorso di crescita.

 

Hanno acquisito maggiore autonomia, maggiore consapevolezza e, soprattutto, hanno capito che migliorare non significa cercare scorciatoie, ma costruire qualcosa giorno dopo giorno.

 

Mi fa piacere vedere che oggi molte cose non le fanno solo perché glielo chiede un allenatore, ma perché ne hanno capito il valore. E credo che questo sia uno dei cambiamenti più importanti: piano piano stanno diventando sempre più protagoniste del proprio percorso di crescita.»

“Il coaching è lasciare nelle persone qualcosa che si porteranno dietro anche quando usciranno dalla palestra.”

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